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Samurai
view post Posted on 4/3/2009, 11:45Quote
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Otaku Libi chan (¯`•._.• Kเкเ •._.•´¯)

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Ecco cosa ho trovato riguardo i Samurai: :37.gif:



Dal sito= http://www.liceoberchet.it/ricerche/geo4d_...oni/samurai.htm


Cenni storici


Nell' antichità il Giappone era suddiviso in tanti piccoli staterelli rivali l'uno con l'altro e viveva in uno stato di perenne guerra. I nobili richiamarono a loro dei guerrieri valorosi e fedeli: i samurai (dal verbo saburau = servire-essere al servizio).

Questi guerrieri si dotarono di un loro codice d'onore: il bushido, che oltre il comportamento sul campo di battaglia ne regolava la vita spirituale.

All'inizi del 900 gravi carestie e conflitti bellici rensero il Governo centrale impossibilitato a garantire la sicurezza nazionale, per questo i nobili si costruirono propri eserciti personali composti da guerrieri provenienti dalle campagne e istruito al combattimento, le continue lotte interne finirono per aumentare il potere e l'importanza di questi guerrieri, contemporaneamente i nobili resero l'imperatore di fatto escluso dalla direzione dello stato. Dal XII secolo i samurai o bushi ("uomini che combattono") costituircono la casta più importante della piramide sociale. I samurai erano al completo servizio del proprio padrone (daimyô) e per lui sono pronti anche a togliersi la vita tramite il famoso rituale chiamato seppuku. (vedi paragrafi successivi)


I samurai seguivano un codice di comportamento bellico chiamato bushido che letteralmente significa "via del guerriero", il punto fermo del bushido era l'onore sia in battaglia che nella vita comune, il bushido inoltre disciplina i rapporti da tenere in uno stesso clan e con il proprio capo. Il samurai doveva essere sobrio, modesto, in guerra deve essere coraggioso, leale, solidale e naturalmente deve avere un grande onore. Ai samurai erano attribuiti spesso due termini: bun che indicava saggezza di tipo confuciano e bu che indicava il contesto marziale. Infatti una delle doti essenziali del samurai era il giusto equilibri tra azione e riflessione.
La formazione ideale del samurai era un insieme di componenti, sociali, filosofiche, religiose. Non fu difficile per i bushi con innata semplicità shintoista assimilare le dottrine dello zen, il samurai fin da bambino imparava a non tradire nessun emozione ed a controllare il suo spirito, per fare ciò era necessario sacrificio e ore e ore di esercizi. Lo zen fu fondamentale ad allenare e perfezione il loro famoso autocontrollo in quanto le sue tecniche insegnavano ad avere la totale padronanza delle proprie emozioni, dote fondamentale per un samurai sempre di fronte alla morte.


Il codice Bushido



Con il termine "bushido" che vuol dire "via del guerriero" (bushi= guerriero do= via), si intende un codice comportamentale che i samurai di dettero per disciplinare la loro casta.

Questo codice venne messo per inscritto da Tsuramoto Tashiro che raccolse le regole del monaco-samurai Yamamoto Tsunemoto (1659-1719) nel famoso testo Hagakure che significa "all'ombra delle foglie".

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Nel bushido si trovavano elementi zenisti e scintoisti. La formazione del samurai ideale fu il risultato di varie componenti, religiose, filosofiche, sociali, che interagirono determinandone le regole da seguire. Sarà proprio il buddismo zen a rendere lo spirito del samurai forte come la sua spada. Il samurai doveva dimostrare impassibilità e autocontrollo in tutte le circostante e per questo si allenava per anni. Grazie allo zen il samurai imparava ad avere padronanza assoluta di se stesso in qualsiasi situazione; lo zen insegnava molte altre cose al samurai, come la magnanimità verso i deboli, i vinti, scrivere poesie o semplicemente ritirarsi a bere del tè (cha).

Il samurai doveva possedere: senso del dovere (Giri), risolutezza (Shiki), generosità (Ansha), fermezza d'animo (Fudo), magnanimità (Doryo) e umanità (Ninyo).

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Dall' Hagakure:

"Un soldato dovrebbe seguire internamente la via della carità ed esternamente quella del coraggio; quindi il monaco impari dal soldato il coraggio e il soldato impari dal monaco la carità".


Il Seppuku



Chiamato anche volgarmente hara-kiri = ventre-taglio, era il modo più onorevole che il samurai aveva per togliersi la vita ed era la dimostrazione finale del suo coraggio. Questo rituale era considerato un privilegio riservato solamente ai samurai i quali avevano padronanza assoluta del proprio destino. Non si conoscono le radici del seppuku ma sono conosciute le occasioni per praticarlo:

Per seguire anche nell'aldilà il proprio Signore

Per evitare di essere catturato dal nemico in caso di sconfitta

Per contestare e fare cambiare una decisione presa da un Signore

Per colpe commesse verso un superiore

Per comprendere il seppuku bisogna tornare allo studio dello zen praticato dai samurai, secondo lo zen la morte e la vita erano sullo stesso piano e quindi l'atteggiamento del giapponese deve essere positivo per entrambi gli aspetti
In Giappone la morte viene indicata con vari termini:
- yamagakuru= ritirarsi sulla montagna
- kumogakuru= sparire nelle nuvole
- iwatagakuru= addentrarsi nella grotta
Per l'Hagakure Bushido significa morte e il guerriero deve pensarci continuamente, sia alla mattina quando si alza che la sera prima di dormire, in questo modo la sua mente sarà preparata.

Il seppuku era contemplato nel bushido come metodo per evitare il disonore. Nel XVII secolo furono introdotte regole rigide nel seppuku, che lo trasformarono in un vero e proprio rituale. In Giappone il ventre hara, veniva considerato il centro dell'individuo, sede delle emozioni, della volontà, centro fisico e spirituale, quindi compiere hara-kiri significava uccidere completamente l'uomo.

Come si svolgeva

Quando le circostanze lo permettevano il seppuku veniva preceduto da un bagno purificatore e da un banchetto offerto agli amici dove il samurai dimostrava rilassatezza, serenità e autocontrollo.
Alcune volte si scrivevano persino brevi poesie e versi (haiku) che descrivevano lo stato d'animo e davano l'addio alla vita.
Seduto su un panno bianco (o su un cuscino) il samurai si squarcia il ventre (hara) con un movimento da sinistra verso destra e se ce la faceva risaliva verso l'alto (jumonji), per dimostrare la ferrea volontà di morire, l'arma utilizzata è la spada piccola wakizashi o il pugnale ko-ga-tana. Nella fase culminante del rituale, se il samurai non moriva e soffriva ancora dopo lo squarcio infertosi, un aiutante (kaishakunin), solitamente il migliore amico, posizionato alle sue spalle, gli tagliava la testa con un taglio netto di katana, per abbreviargli la sofferenza.

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La Katana



Secondo il bushido, nei periodi di guerra le spade sono lo strumento mediante il quale il pensiero dei samurai si concretizza in azioni. I professionisti della guerra si impegnano quindi a perfezionarle, decorarle e definirne le norme d'uso affinché la loro bellezza esteriore ne rispecchi la nobiltà dell'impiego.

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La spada simboleggia l'anima stessa del samurai e perciò è un oggetto sacro e prezioso. Solo ai samurai è consentito portare la sciabola lunga (katana) e quella corta (wakasashi). In coppia queste armi sono chiamate daisho.

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Le sciabole sono costituite da vari pezzi:

la lama (TÔ)

l'impugnatura (tsuka)

la guardia (tsuba)

il fodero (Saya)


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Le katane vengono nominate diversamente se hanno periodi di forgiatura diversi:

Koto, sciabole antiche fabbricate dal 900 al 1530)
Shintô, sciabole nuove fabbricate dal 1530 al 1897
Shin-shintô, sciabole nuovissime fabbricate dopo il 1867


La spada in Giappone è considerata come un Kami e per questo può dare la vita e dare la morte, quindi ha molti poteri soprannaturali. Secondo la leggenda è al tempo dell'imperatore Mommu (697-698) che venne inventata la katana, destinata a diventare l'arma più usata dai guerrieri giapponesi e che nessun altro paese al mondo è mai riuscito a riprodurre. Le prime spade furono forgiate da cinesi e coreani, solo in un secondo tempo, IX secolo, con l'affermarsi della classe dei samurai il Giappone sviluppa una propria tecnologia di lavorazione dell'acciaio temperato.


Il fabbro era molto importante per la fabbricazione delle spade, era da lui che l'arma riceveva tutte le caratteristiche importanti e spirituali che ne caratterizzavano l'importanza, non occorreva solamente abilità tecnica del forgiare, ma il fabbro doveva possedere qualità spirituali che infondeva nella spada da lui costruita, non per niente il fabbro era spesso di nobile origine e doveva condurre un'esistenza pacata e dignitosa, quasi religiosa, attenendosi a precise regole comportamentali nel rito della creazione della katana. Ogni famiglia di forgiatori aveva delle tecniche personali che venivano tramandate di generazione in generazione.
I figli dei samurai, invece, ricevevano in eredità, dopo la morte del loro padre, la sua katana, ma la poteva utilizzare solo dopo il quindicesimo anno d'età, i figli dei samurai prima dei quindici anni si potevano riconoscere perché portavano un altro tipo di spada, la mamori-katana, che era più che altro un talismano che un'arma.
Il samurai non si separava quasi mai dalle sue due spade, solo in occasioni speciali quali visite ed incontri o quando si recava nelle case da te,doveva per forza fare a meno della spada grande (katana), poteva però tenere la spada piccola (wakizashi) detta "la guardia del suo onore".



L'armatura



Durante il Periodo Heian le armature erano un insieme di ferro e cuoio, successivamente l'armatura si evolse fino a formare la famosa composizione fatta da lamine di ferro fissate da lacci in pelle o in seta, che ha caratterizzato tutta la storia del Giappone.
Per i giapponesi le armature non dovevano essere pesanti e ingombranti perchè sarebbe stato problematico nel combattimento avere i movimenti limitati, perciò nel costruire le armature si cercò di bilanciare il fattore protezione con la leggerezza. Le armature fabbricate prima del XVI secolo erano note come yaroi, katchu, do-maru, haramachi, mentre quelle fabbricate dopo erano chiamate gusoku. I componenti principali dell'armatura erano il pettorale, yoroi, l'elmo, kabuto, la maschera, ho-ate, le maniche, kote, gli schinieri, sune-ate, i pantaloni, koshi-ate.

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Le armature complete venivano indossate solamente dai guerrieri d'alto rango, i sottoposti ne portavano soltanto alcune parti fatte di mariali meno pregiati.
La parte più decorativa dell'intera armatura era senz'altro l'elmo, aveva svariate forme: di montagna, di testa di drago, di demone, tutti gli elmo presentavano un'apertura sulla sommità, chiamata "la sede del dio della guerra", che aveva il compito di permettere al dio di entrare in contatto con la mente del samurai.

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La parte più caratterizzante era comunque la maschera, fatta di cuoio, ferro, acciaio, poteva essere costituita da uno o più pezzi ed aveva le sembianze di demone, coreano, barbaro, demone da naso lungo e persino da donna. La funzione della maschera era quella di riparare il viso e di equilibrare l'elmo.
La maschera e l'elmo offrivano una buona protezione ma impedivano al bushi di aprire la bocca, per cui si legge sui manuali militari che per bere i samurai utilizzavano uno stelo di bambù di una freccia. Il samurai in battaglia portava tre sacche: una per le provviste chiamata kate-bukuro, una per le teste del nemico, kubi-bukuro ed una terza per il riso, uchi-gae, attorno alla vita il samurai portava anche una specie di salvagente costruito di pezzi di materiale gonfiabile che serviva quando attraversava fiumi o laghi.


Rapporto samurai-signore



Minamoto Yoritomo (1191), il fondatore dello shogunato di Kamakura, dettò alcune regole che rimasero fondamentali per i samurai, alla base di queste regole c'erano devozione e lealtà da parte del samurai al proprio signore. Questo rapporto legava entrambe le figure, il samurai si impegnava a servire il superiore il quale a sua volta lo ricompensava con un possedimento fondiario, chigyochi.
Durante il x secolo la cerimonia di investitura da vassallo e signore era centrata su un giuramento che nel periodo Kamakura viene trascritto su un rotolo, kishomon. Il kishomon dopo essere stato compilato veniva bruciato e sciolto in un liquido che il samurai beveva, in questo modo il bushi interiorizzava sia materialmente che simbolicamente il patto che aveva fine solamente con la morte da parte di uno dei due contraenti. Il legame che univa i due era talmente forte che quando un signore moriva, molti dei suoi samurai si suicidavano per seguirlo anche nell'aldilà. Questa usanza veniva chiamata junshi e venne vietata per legge dopo che interi clan di samurai si suicidarono, non sparì però completamente. Uno degli episodi più famosi è senz'altro quello dei 47 ronin che si uccisero dopo avere vendicato il proprio signore. Gli obblighi del samurai verso il proprio signore erano molti: fedeltà, sottomissione, turni di guardia, fornitura di guerrieri, partecipazione alle spese per il mantenimento del potere da parte del proprio signore, in cambio il signore garantiva protezione, aiuto e ricompense dopo le battaglie.
I principi che legavano il samurai al signore erano fondamentalmente due: giri= dovere e chugi= lealtà, il samurai doveva inoltre possedere saggezza= chi, valore= yu, benevolenza= jin; doveva essere coraggioso e forte ma nello stesso tempo composto e magnanimo, il coraggio era uno degli elementi fondamentali naturalmente. Il samurai era al servizio del Daimyo, Signore di un clan o di una provincia ricco e potente, a sua volta il Daimyo era al servizio dello Shogun (Generalissimo), il quale nominato dall'Imperatore, prima di diventare Shogun era anch'egli un Damyo. Lo Shogun governava in modo dispotico ed autoritario in nome dell'Imperatore, ma di fatto quest'ultimo possedeva solamente una carica onorifica.


L'origine del termine "Banzai !"



Ban = diecimila, Sai= anno
Grido usato come saluto, questa parola entra a far parte dell'uso comune nel periodo Meiji, quando nel parco Ueno di Tokyo apparve l'Imperatore Meiji e la folla per salutarlo urlò: BANZAI !
L'origine di questa parola è comunque molto più remoto (313-339): a causa dell'impoverimento del popolo l'Imperatore Nintoku sospese per alcuni giorni la riscossione delle tasse e proibì tassativamente qualsiasi lavoro di riparazione e abbellimento del proprio palazzo, per evitare spese a carico dell'erario.
Dopo che la situazione economica si normalizzò e la riscossione delle tasse riavviata, quando l'Imperatore di affaccio al balcone della sua residenza, la folla lo acclamò con il saluto: BANZAI !
In pratica un "Viva L'Imperatore" o quello che per gli inglesi è tuttora un "God save the Queen".




Dal sito= http://www.giapponeonline.com/


I Samurai



Etica incorruttibile, spirito di sacrificio, abilità, forza: i guerrieri del Sol Levante esercitano un fascino enorme sul mondo occidentale, sono i samurai. Nell' antichità il Giappone era suddiviso in tanti piccoli staterelli rivali l'uno con l'altro e viveva in uno stato di perenne guerra. I nobili richiamarono a loro dei guerrieri valorosi e fedeli: i samurai (dal verbo saburau = servire-essere al servizio). Questi guerrieri si dotarono di un loro codice d'onore: il bushido, che oltre il comportamento sul campo di battaglia ne regolava la vita spirituale.


La prime notizie storiche sui samurai risalgono al IX-X secolo e sono legate allo sviluppo in Giappone dello shogunato, un sistema feudale sopravvissuto per tutto l'Ottocento. «I samurai all'inizio erano miliziani assunti dai feudatari delle province per sedare le ribellioni» Nel 1185 salì al potere la prima grande famiglia di guerrieri, quella dei Minamoto, e lo shogunato si affermò definitivamente, mentre il potere imperiale perse centralità. «In realtà fin dalle sue origini il Giappone è stato caratterizzato da connotazioni militari».


I samurai nel mondo moderno



Oggi, per competere con la concorrenza orientale, l'economia americana, sta cercando proprio loro: non guerrieri, ma agguerriti manager dall'etica incorruttibile e in grado di identificare il proprio successo personale con quello del gruppo o dell'azienda. Lo afferma Andrea Pítasi, docente di Sociologia giuridica e della devianza all'Università Gabriele D'Annunzio di Chieti, che ha studiato la cultura giapponese proprio per il suo contributo allo sviluppo di nuovi modelli di organizzazione aziendale.
«Nel Giappone antico», osserva Alida Alabiso, docente di Archeologia e storia dell'arte giapponese all'Università di Roma La Sapienza, autrice del libro I samurai (Newton & Compton, 158 pagine, 7,90 euro).
«la cultura samurai è sinonimo autodisciplina, capacità di sacrificio e dedizione. Non è un caso che i Giapponesi, se le finanze del Paese sono in crisi, si autotassino versando le tredicesime». Ciò che li anima è lo stesso profondo senso del dovere dei fascinosi guerrieri che dominarono il Giappone per 700 anni. Non è tuttavia questo aspetto ad accendere la fantasia di noi occidentali.
«Nella mentalità europea e soprattutto in quella latina», spiega Andrea Pitasi, «prevale l'idea del samurai come spirito libero, super-eroe guerriero senza macchia né paura che segue un rigido codice morale, ma non è "a servizio" di nessuno. Una figura che si identifica in realtà solo con i cosiddetti ronin, i samurai rimasti senza padrone dopo la sconfitta del loro signore che in Giappone erano considerati invece banditi o sbandati ».



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